Tappeti di seta e di rame
di Anna Villari
Sin dall’inizio della sua attività artistica, Luisa Zanibelli “gioca” con lo spazio e con gli elementi. Gioca, ma con la precisione millimetrica del matematico, e il senso del ritmo proprio dei poeti e dei cantori. Seziona e dispone forme, modula pause, scandisce vuoti e pieni, seguendo un ordine razionale che non si sovrappone mai all’incanto del racconto, alla sorpresa del creare.
Lo ha fatto in passato, sin dall’inizio degli anni Settanta, con le sue sculture, gli acrilici, le composizioni in legno e acciaio scomponibili e modificabili. Lo fa oggi, cimentandosi con una pratica antica e complessa quale quella del tappeto.
Nei disegni dei tappeti, le civiltà hanno da sempre riversato il loro mondo di simboli, le credenze, facendone di volta in volta talismani, storie figurate, lo specchio di miti ancestrali. E’ questo il caso dei tappeti “del melograno”, una produzione nata all’inizio del XVIII secolo nelle oasi del Turkestan orientale, lungo la Via della Seta. Piccole botteghe artigianali poi sviluppatesi in laboratori organizzati, hanno qui prodotto una serie di tappeti di altissimo livello caratterizzati, nella molteplicità dei disegni e delle varianti, dalla presenza del melograno, che sotto forma di fiore, frutto, foglia, seme, germoglio, albero, in sezione o intero, è ripetuto fino a riprodurre delle vere e proprie tavole botaniche. Evocando la bellezza e la perfezione di un mitico giardino originario, luogo dello spirito, della contemplazione e del silenzio, in questi tappeti è possibile leggere la metafora del paradiso perduto vagheggiato nella letteratura cabbalistica, nella quale il motivo dell’albero della vita e del melograno - immagine di prosperità, bellezza e fecondità in numerose culture - ritornano costantemente come allusioni figurate al divino.
Se il cosmo e il creato, nei quali “tutto è legato a tutto” come si legge nel Libro del Melograno di Mosé de Leon de Granada (1287), sono stati paragonati sin dall’antichità ad un’immensa tela, ad un tessuto sapiente nel quale nulla è casuale, ci appare dunque naturale che affidati alla trama e all’ordito del tappeto siano stati proprio quegli antichi simboli prima amorevolmente custoditi e tramandati attraverso il fare degli artigiani, poi, con il tempo, obliati quasi completamente dalla storia. Simboli che grazie ai tanti percorsi dei viaggiatori e dei mercanti hanno però saputo valicare distanze temporali e geografiche, talvolta perdendo agli occhi dei più l’antico significato, ma conservando un loro fascino segreto, sottilmente e misteriosamente percepibile.
Ha colto il legame intellettuale e intimamente spirituale tra la simbologia dell’universo e del piccolo, perfetto e sempre risorto “giardino del melograno” Luisa Zanibelli, che in una straordinaria coerenza di percorso artistico, attratta dal mondo della natura e dalle sue infinite metamorfosi, nei suoi singolari tappeti allude alla magia dell’eterna rinascita, del riflettersi continuo tra universo e microcosmo, nel motivo del chicco portatore di vita che si allontana dal centro che lo ha prodotto per fecondare nuovi spazi, o in quello della perenne osmosi tra pieno e vuoto, in una continua tensione verso spazi nuovi, liberi.
Tappeti singolari dicevamo, perché le forme e i motivi non si compongono nell’intreccio dei fili annodati e dei colori, ma nel disegno ottenuto punzonando lastre di metallo “accolte”, grazie ad un invisibile sistema di calamite - e qui riemerge l'inesausto interesse di Luisa Zanibelli per l' “interazione” tra oggetto d'arte e spettatore - negli appositi spazi vuoti lasciati sulla superficie dei tappeti, rigorosamente monocromi o scanditi da essenziali disegni in bianco e nero.
Non è casuale che il filo sia seta, e che il metallo sia rame: ancora una volta, è la storia a fornirci la chiave di interpretazione. La più pregiata delle fibre, apprezzata da migliaia di anni per la sua leggerezza e bellezza, e il più antico, duttile dei metalli, al quale sono attribuite presso molti popoli magiche virtù terapeutiche, sono stati infatti usati insieme, il rame sotto forma di filo intrecciato al filo di seta, in un’altra raffinata produzione di tappeti, quella destinata ai diversi palazzi della Città Proibita, appannaggio esclusivo degli Imperatori Qing e della loro corte.
Erede dunque di un complesso mondo di riferimenti, rielaborati con quell'audacia sperimentale che è propria dell’artista, Luisa Zanibelli ha ideato i suoi tappeti con precisione, esigendo che l’intuizione formale e poetica si traducesse in esatti calcoli matematici. Altrettanto accurata e laboriosa è stata la loro realizzazione, che consta da una parte nell’intreccio del prezioso filo di seta e il suo lasciare dei “buchi” da riempire con altro che non sia filo, dall’altra la lavorazione delle lastre metalliche, tagliate, decorate, rimesse in tensione, infine verniciate ed essiccate a forno ad alta temperatura per renderle non ossidabili.
Artista e artigiano, poeta e artefice, come era nella antica tradizione e come è stato nelle più feconde avanguardie del Novecento, Luisa Zanibelli affida così a queste sue recenti creazioni la propria inesauribile curiosità, e il senso di un legame, di un “nodo” mai sciolto con le radici della nostra cultura e del nostro spirito.
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